Partiamo da due citazioni che possono formulare un’introduzione al lavoro:
‘’Io posso continuare a vivere questa mia vita perché ho una dote che nessuno ha. E’ così in me esasperata è così in me eccellente, questa dote è la mia grande falsità.’’ Carmelo Bene, dal film ‘Il principe cestinato’ di Carlo Rafele, 1976.
‘’[…] c’è sempre un imperativo, quando abbiamo a che fare con l’animalità, un comando, una condanna: stai fermo, stai fermo, altrimenti vengo lì e ti acchiappo. E anche questa volta l’ha acchiappato. In questo senso la caccia, più che una originaria pulsione alimentare o, nei nostri tempi, sportiva, è in realtà il vero precursore della fotografia, l’ante-cedente inconscio e camuffato dell’insopprimibile desiderio umano di fermare gli animali, di farli stare immobili, di trasformarli, appunto, in statue di carne e sangue. Sparare a un animale per fermare il tempo, e quindi la morte, per trasformarlo in una statua senza tempo, in un’immagine.’’ dal libro ‘A come Animale. Voci per un bestiario dei sentimenti’, Felice Cimatti, Bompiani, 2015
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E’ un lavoro che si sviluppa a partire da un canovaccio (straccio). Dispositivo depositario di varie materie come fluidi, liquidi, sporco, umidità, unto, colore ma contestualmente testimone di memorie, gesti reiterati e rituali. Un canovaccio che è stato usato ripetutamente per pulire i pennelli intrisi di pittura ad olio e diluenti vari. Sono stratificazioni che diventano opera ed il supporto stesso dell’opera. Al lavoro pittorico si accompagna un’istantanea, che dialoga per affinità visive e concettuali con il canovaccio dipinto. Così il tema della caccia alle anatre si espande dalla pittura al fotografico, attraverso uno slancio di natura temporale e immaginifica che rimembra la finzione filmica.
La referenza iconografica figurativa più vicina a questi lavori è l’espediente narratologico della Mise en abyme. Ovvero, come in un gioco di specchi, il soggetto principale si autoriflette, come se l’arte guardasse se stessa in un rapporto intimo ed autoriferito.
La natura metalinguistica della ricerca, risulta così palesemente dichiarata ed esplicita, ma l’inganno mediatico è dietro l’angolo e si sostanzia in raffinati escamotage che ricordano, in prima battuta, la raffinata tecnica del trompe-l’oeil.

Canovaccio con fuga, pittura ad olio su canovaccio usato, elaborazione ai stampata su istantanea (fuji instax square) con cornice in alcantara, 60×60 cm
Il dettaglio dello sparo di proiettile è dipinto a mano e si riferisce, verosimilmente, ad una scena di caccia.
D’altronde l’immagine della caccia è riportata nell’istantanea che, poco sopra, troviamo accostata al dipinto. Finzione e realtà si parlano: il rito della caccia, piaga residuale per permane nella civiltà odierna, viene restituito – grazie all’artificio pittorico del trompe-l’oeil – nel ’molto piccolo’, in un forellino dai bordi bruciati che sembra quasi praticato nel tela. Ma in realtà è solo pittura, finzione allo stato puro. Come è finzione l’immagine riprodotta nell’istantanea, un momento di caccia in area lacustre totalmente immaginato e realizzato con l’Ai. Nel cielo si stagliano le sagome nere di tre anatre in volo, mentre nell’angolo in basso a destro, un po’ in penombra, fa capolino la canna del fucile di un cacciatore.